Questo è uno dei paradossi più crudeli dell’esperienza umana: vivere costantemente con due orologi che corrono a velocità opposte, entrambi percepiti come nemici. Nell’infertilità, il tempo smette di essere una misura oggettiva e diventa un campo di tensione psicologica.
Chi affronta un percorso di ricerca di un figlio, naturale o assistito, si ritrova spesso a vivere una spaccatura temporale che logora i nervi e l’anima. È una guerra costante tra il desiderio che il tempo acceleri e l’angoscia che esso rallenti.
Il tempo cronologico: il desiderio della velocità
Nella psicologia dell’infertilità, il tempo cronologico, ovvero quello del calendario, è percepito come una barriera. È il tempo dell’attesa, dei test negativi, dei cicli che si ripetono, delle liste d’attesa nelle cliniche.
In questa dimensione, vorresti solo che il tempo corresse più veloce. Vorresti “saltare” le settimane che ti separano dal prossimo tentativo, dal prossimo monitoraggio, dal risultato di un esame. Ogni giorno che passa senza una novità è percepito come tempo sprecato, un vuoto insopportabile. Questa urgenza crea uno stato di iperattivazione: si vive proiettati costantemente nel futuro, rendendo il presente un luogo invivibile e privo di valore.
Il tempo biologico: il desiderio di rallentare
Contemporaneamente, esiste l’orologio biologico. Qui, la percezione cambia drasticamente. Ogni compleanno, ogni mese che passa, ogni capodanno diventa un rintocco minaccioso.
In questa dimensione, vorresti che il tempo si fermasse o rallentasse. C’è la consapevolezza dolorosa che le riserve si stanno esaurendo, che le probabilità statistiche diminuiscono, che il corpo ha una “scadenza” che non risponde alla forza di volontà.
La frattura psicologica: quando il “No” è un tradimento del tempo
Questa frizione crea una sofferenza specifica che potremmo definire “asincronia esistenziale”.
È il momento in cui la tua mente dice: “sì, sono pronta, voglio questo adesso” (urgenza cronologica), ma sei consapevole che il tuo corpo potrebbe dire: “no, non ci riesco” (limite biologico).
Dover dire “no” a un invito, a un progetto di lavoro o a una vacanza perché “forse in quel periodo avrò il transfer” o “forse sarò stanca per le cure” è un atto di fede verso il tempo cronologico che si scontra con la paura del tempo biologico. È la rinuncia al presente in nome di un futuro che senti scivolarti tra le dita.
Gestire il conflitto: come sopravvivere ai due orologi
Come si può abitare questo paradosso senza impazzire?
Riconoscere l’emozione: dare un nome a questa tensione aiuta. Sapere che è normale voler accelerare e rallentare contemporaneamente toglie il peso di sentirsi “sbagliati” o eccessivamente ansiosi.
Abbandonare il controllo totale: l’infertilità ci mette davanti al fatto che non tutto può essere pianificato. Accettare che il tempo biologico segue leggi proprie permette di ridurre l’autocolpevolizzazione.
Creare “isole di presente”: poiché si vive proiettati nel futuro o nel rimpianto del passato, è vitale ritagliarsi dei momenti in cui gli orologi non esistono. Piccole attività dove il tempo non è finalizzato a un obiettivo, ma solo all’esperienza (un hobby, una camminata, un momento di coppia senza parlare di cliniche).
Conclusione
Vivere tra questi due orologi è una delle sfide più dure che una persona o una coppia possa affrontare. È un esercizio di equilibrio precario.
Tuttavia, ricordare che tu non sei il tuo tempo biologico e che il tuo valore come persona non dipende dalla velocità della tua cronologia è il primo passo per tornare a respirare. Non sei in ritardo sulla vita; stai percorrendo un sentiero diverso, che richiede una pazienza e una forza che non avresti mai pensato di dover trovare.